Il caso di Garlasco torna ancora una volta al centro dell’attenzione con sviluppi che rischiano di riscrivere una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi decenni.
Nel fascicolo depositato il 7 maggio, la Procura di Pavia ha messo nero su bianco una ricostruzione che punta a ribaltare alcuni dei capisaldi che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi nel 2015. Al centro di tutto, ancora una volta, ci sono le tracce lasciate sulla scena del crimine, e in particolare quelle nel bagno della villetta di via Pascoli.
Per anni, proprio quel bagno è stato considerato uno snodo fondamentale nella dinamica dell’omicidio di Chiara Poggi. I giudici della Corte d’Assise d’Appello avevano ricostruito con sicurezza i movimenti dell’assassino, sostenendo che dopo aver trascinato il corpo della vittima,
si fosse fermato davanti al lavandino. “Sulla base della ricostruzione del percorso dallo stesso effettuato, dopo il “lancio” del corpo della vittima giù dalle scale della cantina, entrava anche in questo caso con sicurezza nel bagno del piano terra e sostava (come evidenziato dalle impronte delle scarpe a pallini intrise di sangue) davanti al lavandino”, si legge nelle motivazioni.

Una prova rimasta sepolta per 19 anni: perchè?
Secondo quella sentenza, non solo l’assassino si sarebbe fermato davanti allo specchio, ma avrebbe anche compiuto un gesto preciso: lavarsi accuratamente le mani. “Le manovre di lavaggio sono evidentemente state poste in essere con notevole accuratezza, tanto che, come si è visto, non venivano rilevate tracce di sangue né sulla leva del miscelatore, né sul dispenser (che peraltro si possono azionare anche senza utilizzare le mani), né mani), né nel sifone del lavandino”. Un dettaglio che aveva rafforzato ulteriormente la tesi accusatoria, anche perché le uniche impronte repertate sul dispenser erano proprio quelle di Stasi.

Ma è qui che il quadro comincia a incrinarsi. Le nuove indagini condotte dal Ris e dai carabinieri del Nucleo operativo di Milano introducono una lettura completamente diversa della scena del crimine. Gli investigatori ipotizzano che l’aggressione si sia consumata in più fasi, con gli ultimi colpi inflitti sui gradini della scala interna, per poi proseguire con spostamenti che avrebbero lasciato tracce in diversi ambienti della casa.

“L’aggressore si sporca le scarpe ripassando nel disimpegno davanti la porta a libro e quindi va a generare poi le tracce nel bagno, nel salottino e in cucina”. Una sequenza che suggerisce un passaggio rapido, non una sosta prolungata. E soprattutto, che cambia completamente il significato delle tracce rinvenute.
Il punto decisivo, però, arriva proprio sull’elemento che per anni è stato considerato centrale: il lavandino. Secondo l’informativa finale dei carabinieri, infatti, l’assassino di Chiara Poggi “non ha mai utilizzato quel lavandino”. Una conclusione che, se confermata, rappresenterebbe una svolta sostanziale nell’intera vicenda.
A supporto di questa tesi c’è un dettaglio rimasto incredibilmente in secondo piano per quasi vent’anni: all’interno del lavabo erano presenti quattro capelli scuri e lunghi. Un elemento che, secondo gli inquirenti, è incompatibile con qualsiasi azione di pulizia, soprattutto se accurata. Se qualcuno si fosse davvero lavato le mani lì, quelle tracce sarebbero scomparse.
È proprio questo il passaggio che potrebbe cambiare tutto. Una prova silenziosa, rimasta lì per due decenni, che oggi viene riletta sotto una nuova luce e che mette in discussione una delle certezze su cui si fondava la condanna. Se il lavaggio non è mai avvenuto, anche il valore delle impronte sul dispenser si ridimensiona drasticamente.
Per la Procura di Pavia, dunque, quelle impronte non possono più essere considerate decisive. E mentre l’attenzione si sposta sempre più sulla posizione di Andrea Sempio, il caso Garlasco si avvia verso una nuova fase, in cui ogni dettaglio – anche quello rimasto inosservato per anni – potrebbe rivelarsi determinante.
